Incontrati per caso

- E come ti riconoscerò?
- Sono piccola, vestita di nero, con i capelli corti grigi e gli occhiali.
- Madonna!
- Sono stata direttore creativo...
- Tu?
Ci deve essere qualcosa, nel mio modo di descrivermi, che non mi aiuta ad apparire nel migliore dei modi.

Sono siciliani. Si sente da come parlano, si vede dalle loro facce. Si capisce da come mi si rivolgono, dal finestrino dellšauto, arrivandomi alle spalle: mi chiamano Capo. Sono poche le regioni dove esistono uomini bassi come me. E generalmente sono anziani. Il giubbotto di cuoio nero, i calzoni neri, le scarpe basse: di solito qui mi scambiano per un ragazzino. Mi piace vestirmi da uomo, mi diverte questo tipo di equivoci. Succede da sempre, mi sorprende ogni volta.

Pomeriggio di settembre, domenica. Tre donne giovani, belle, alte, sexy, attillate e colorate, un po' troppo giunoniche e culone per essere modelle, ma la statura e il passo sono quelli giusti, da dominatrici grazie alla bellezza. Attraversano piazza della Scala in una fascia di sole (al di qua, l'ombra portata dei palazzi drammatizza e sottolinea i contrasti). Sulle stesse strisce pedonali, allo stesso semaforo, nello stesso momento, viene nella direzione opposta una loro coetanea, con le gambe ingabbiate in due protesi, lanciando a ogni passo il suo corpo sorretto dalle spalle e dalle stampelle.

Una donna ossuta e non bella, ma con una massa di capelli rossi dai quali non si può distogliere lo sguardo. Dopo un caffè in cucina, usciamo tutti insieme, sono dietro di lei. Scende le scale come se fosse una danza. Quando cammina è una qualunque, ma sulle scale balla. Me ne ricordo ancora, dopo anni, e dopo averla vista non più di un quarto d'ora. Era, è, svizzera.

Lšestate scorsa a Grosseto non c'era una stanza a nessun prezzo e avevo deciso di tornare a Milano. Mi pareva più sicuro che passare la notte alla stazione. Piove, sono stanca e arrabbiata, qui tutti sono scortesi, anche la signorina dell'ufficio informazioni turistiche.
- Vorrei una stanza.
- Ah, buona fortuna!
- Come?
- Non ci sono stanze, l'associazione albergatori chiude alle due, e la disponibilità è un servizio che non diamo.
- Questo lo vedo.
Scelgo di andare in un buon ristorante, visto che le vacanze sono finite posso almeno trattarmi bene, e poi è un modo per passare un po' il tempo. Ma finisco di mangiare e è ancora molto presto, solo le nove, il treno è all'una (arriverà in ritardo, oltretutto). Vedo un tizio con l'aria da straniero, codino, stivaletti, gli parlano in inglese, e decido di abbordarlo. Mi alzo, mi avvicino al suo tavolo, gli chiedo se per favore mi fa compagnia per una mezz'ora. Quelli della tavola vicina e la padrona del ristorante dubitano della mia moralità, mi guardano con sospetto. Lui, che ha passato notti negli aeroporti, come succede a chi viaggia molto, capisce, si alza e prende il caffè a mio tavolo. Viaggia da vent'anni, tre anni in Egitto tre in Giappone eccetera, adesso tre in Italia, due giorni in un paesino due in un altro. Parliamo di queste cose, i viaggi, le differenze, gli addii; alla fine chiudono il locale e mi carico lo zaino sulle spalle. Andando, ci presentiamo.
- By the way, my name is Joe.
- I'm Carla, bye.

Alla stazione poi incontro un ragazzo di Novara che mi adotta per il viaggio. Credo che vorrebbero avere una madre come me, o qualcosa del genere, insomma spesso i giovani sono tentati di parlarmi, quando mi vedono in viaggio sola e con lo zaino, con i capelli grigi e le braghe larghe e comode. Mi chiamano signora, mi danno del lei e mi parlano, o mi coinvolgono nelle loro discussioni. Se sono ragazzini si esibiscono nei loro giochi, come se fossi, che so, un'insegnante o una zia simpatica, di quelle con cui c'è una specie di complicità.
Io a trent'anni ferma alla fermata dell'autobus in via Vitruvio, 16 agosto, zaino jeans e scarpe da tennis. Leggo un giallo cominciato in treno. Si avvicina uno con occhiali molto spessi, ci vede appena, ha un bastone bianco di quelli telescopici con il quale tasta il terreno per sicurezza.
- Quanto?
- Non sono una prostituta, rispondo dopo un attimo di esitazione, alzando lo sguardo dal libro.
- Non hai visto dove ce n'è una?
- Sì, una c'è, là. Indico una traversa dove sosta una con le treccine e le perline e la minigonna i tacchi e la scollatura della professione.
- Quella l'ho vista anch'io, ma sai, non è il mio tipo.

Io a vent'anni o poco più, incosciente e fiduciosa, che percorro nella nebbia e nella pioggia di una sera d'inverno la scorciatoia che porta da largo Richini a via Franceso Sforza. Passa fra alberi, università e obitorio. Un tizio mi segue, sulla trentina. Mi avvicina. Dice Ho bisogno di una donna, mi capisci? Tu mi piaci, forse puoi aiutarmi. La luce del lampione sfiora di traverso le nostre mani. Non ci mette molto.
Non sono più passata di lì. Hanno spostato l'obitorio da anni.

Sera d'estate molto calda, giugno, ora legale. Aspetto il tram leggendo il giornale. Auto che arriva, due ragazzi che dicono Sali!, perentori. Abbasso il giornale e li guardo, Grazie, aspetto il tram. Colgo uno sguardo, il guidatore ha una pistola in mano. Non capisco più niente, non vedo più niente, c'è solo un urlo che mi riempie le orecchie (urlo davverù ?) Che cosa terribile, la paura. Arriva il tram e loro sono contromano sulle rotaie, accelerano e vanno. Io corro al bar più vicino, mi vedono entrare così pallida che mi offrono un bicchier d'acqua. Pare che sia un rimedio universale contro gli shock. Poi un tizio in motorino, gentile ma poco dotato di intuito, mi accompagna a un taxi, e dice Sai a volte i tassisti stessi...
Una sera d'estate, ho cambiato casa da poco. Un ragazzo mi chiede mille lire, gli dico Sono uscita con il cane, non ho niente. Mi strappa la collana. La cosa che mi fa rabbia è che il cane gli stava facendo le feste. Mi fa male il collo e sono spaventata. Quella sera prendo l'ultimo mezzo tavor della mia vita. Ancora quindici anni dopo quando vedo passare quel tale mi si raggrinza qualcosa dentro.

Vivo sola da anni. A volte ho bisogno di dividere le cose con qualcuno, a volte cerco l'isolamento. Da qualche anno lavoro sola. In silenzio, concentrata. Certe mattine mi alzo e attacco a lavorare, poi arrivo a sera e non ho ancora visto parlato con nessuno. Allora esco per vedere facce, per sentire voci. Certe sere mi basta prendere un tram, guardarmi intorno. Vado in centro e poi torno a casa, senza parlare con nessuno.

Poi naturalmente ci sono gli amici. Anche un fidanzato, in certi periodi.


Carla Della Beffa 1998






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